COSTITUISCE DANNO ESISTENZIALE

La sentenza
IL CASO
a cura dell?'Avv. Maria Giuliana Murianni


Mercoledì 25 luglio 2007 by
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IN PRIMO PIANO

Una convenzione per gli stadi
Ieri incontro tra Figc e Anci sulla sicurezza degli impianti. Anci: necessarie risorse finanziarie per rimodernare le strutture. Figc: le società sono già intervenute spesso

(SEGUE) ... con questo obiettivo, FIGC e Associazione dei Comuni d?'Italia (ANCI) hanno concluso l?'incontro che siè svolto ieri nella sede della Federcalcio in via Allegri. Da una parte, il presidente Abete, il vice presidente Albertini e il segretario Di Sebastiano; dall?'altra, la delegazione dell?'Anci guidata dal responsabile nazionale dello sport Roberto Pella, con gli assessori allo Sport delle principali città italiane, Anna Patullo del Comune di Bologna, Renato Montabone del Comune di Torino, Paolo Striano del Comune di Genova, Lucia De Angelis del Comune di Arezzo, Massimo Bianchi del Comune di Siena, Ornella Bellini del Comune di Perugia.
I rappresentanti degli Enti locali hanno sottolineato le difficoltà finanziarie ad affrontare da soli le spese di ammodernamento e messa a norma degli impianti,chiedendo un maggiore coinvolgimento delle società di calcio.
Da parte della FIGC, si è registrata piena disponibilità a favorire un rapporto più serrato e costruttivo, nell?'ottica di rendere gli stadi accoglienti e funzionali, con il rispetto delle misure di sicurezza previste dagli ultimi decreti del Governo. Le società -ha ricordato però Abete- sono inquiline dei Comuni proprietari degli impianti e nonostante questo in molti casi sono già intervenute economicamente a proprie spese per assicurarne l?'agibilità e garantire quindi l?'apertura al pubblico. Dall?'incontroè emersa soprattutto la volontà di lavorare insieme per migliorare la situazione complessiva dell?'impiantistica (anche minore, non solo i grandi stadi) e trovare delle intese operative, magari attraverso un protocollo d?'intesa o una convenzione-quadro di cui ANCI da una parte, FIGC e Leghe dall?'altra potrebbero farsi garanti: ?"L?'obiettivo finale al quale puntare -ha concluso il presidente Abete- deve essere quello di investire sempre più in cultura sportiva e in formazione dei giovani e sempre meno in barriere,cancelli e reti di protezione?".
Nel suo intervento, Pella ha invece ribadito la necessità da parte del Governo di destinare risorse finanziarie a favore dei Comuni allo scopo di favorire la messa in sicurezza e l?ammodernamento degli stadi, e ha spiegato che il protocollo d?intesa tra FIGC e l?ANCI ?oltre a migliorare gli stadi e a mettere a norma gli impianti, soprattutto sul fronte della sicurezza, servirà a consolidare lo stretto rapporto di sinergia e collaborazione tra la Federazione Italiana Giuoco Calcio e i Comuni, i quali però ? ha precisato ? intendono rivendicare la titolarità delle strutture sportive?.
Pella, ha quindi sottolineato il forte impegno dell?ANCI sul fronte sportivo: ha ricordato i recenti incontri con il Presidente del CONI, Giovanni Petrucci, con il Presidente dell?Istituto per il Credito Sportivo, Andrea Cardinaletti, con il Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli. Il prossimo appuntamento in agenda ? ha detto Pella ? è quello con Antonio Matarrese, Presidente Lega Calcio, e con il Presidente di Lega di serie C, Mario Macalli per finire con un incontro con il Ministro Giovanna Melandri e con il sottosegretario Lolli che si terrà nei primi di agosto?.

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L?'ANALISI

?Rimetti a noi i nostri debiti ??: la rinuncia al credito da parte della p.a. e il ruolo dei regolamenti comunali dopo la legge finanziaria 2007

di Tiziano Tessaro

(SEGUE) ... e comunque evento neutralizzatore del primo?"(2). Tradizionalmente, la remissione si configura, cioè, come un negozio unilaterale che si perfeziona ed è efficace senza necessità di accettazione da parte del debitore: l?'accettazione di questi ha unicamente la funzione di rendere irrevocabile la remissione, non già quella di perfezionarla (3).
Secondo alcuni (4), la remissione del debito, in quanto rinuncia abdicativa, sarebbe rivolta alla dismissione del diritto; ed in quanto tale, questa sarebbe essenzialmente gratuita, dal momento che il creditore vi rinuncia senza corrispettivo (5). Se esaminiamo il fenomeno remissorio nelle sue caratteristiche economiche,vediamo che, in ultima analisi, esso si concretizza in un?'attribuzione patrimoniale (6); sotto il profilo giuridico, invece, ?"si verifica (...) nella remissione il distacco della posizione rinunciata dalla sfera di rinunciante, salvo il verificarsi, in via collaterale e riflessa, di conseguenze a favore di terzi. Conseguenze, che possono ricondursi alla dismissione solo occasionalmente, in quanto effetto di altre cause diverse dalla dismissione stessa, ancorché con essa interferenti?" (7). Non vi è cioè un?'alienazione o una cessione del credito, ma unicamente una rinuncia in funzione abdicativa del diritto, che però può, economicamente e in via riflessa, accrescere la sfera altrui.
Ciò non implicherebbe, peraltro, (ed è oramai da considerarsi ius receptum alla stregua delle affermazioni giurisprudenziali) (8), almeno non necessariamente, la qualificazione della stessa come atto di liberalità: per la validità dell?'atto non è, quindi, richiesto l?'animus donandi del remittente (9). Contro l?'idea che ravvisa nella remissione un atto dismissivo essenzialmente gratuito, si è obiettato che ?"dalla disciplina tratteggiata nel codice non è possibile trarre indici di qualificazione dell?'elemento causale della remissione?" (10) e che, pertanto, si deve convenire sulla riconducibilità della stessa ?"nell?'ambito delle figure causalmente astratte o (...) a causa generica?" (11): un negozio ?"a causa neutra o variabile, cioè, che secondo i casi potrebbero risultare anche a titolo oneroso?" (12). Una soluzione intermedia è proposta da chi evidenzia le molteplici, possibili, funzioni pratiche cui la remissione adempie (liberalità, risparmio, soddisfazione di un proprio interesse patrimoniale), ferma restando la qualificazione causale della figura in esame come schema dismissivo e non traslativo (13).

2. La remissione da parte degli enti pubblici

La remissione da parte degli enti pubblici porta con sé numerosi interrogativi: essa può essere contenuta sia in dichiarazioni negoziali di diritto privato (14) sia in atti amministrativi (15). Deve peraltro trattarsi di ?"obbligazioni delle amministrazioni pubblichi la cui fonte o il cui titolo non è un provvedimento amministrativo?" (16) (obbligazioni di diritto comune), ossia di casi ?"in cui l?'amministrazione pubblica agisce come soggetto di diritto privato?" (17); o di ?"obbligazioni che vertono in materie proprie del diritto pubblico, e hanno la loro fonte o nella legge, rectius in fatti giuridici che norme giuridiche qualifichino come fonti di obbligazione, ovvero in atti giuridici costituiti da provvedimenti amministrativi?" (18) (es. obbligazioni pubbliche); non invece di fattispecie ?"prestazioni, rese dall?'amministrazione al privato o dal privato all?'amministrazione (...), che (...) non formano oggetto dell?'obbligazione?" (19).
Si ritiene generalmente che ?"la remissione del credito da parte della pubblica amministrazione è (...) ammissibile se e in quanto essa sia compatibile con la funzione dell?'ente ?"e cioè fino a ?" quando la perdita del diritto pregiudicherebbe l?'interesse pubblico di cui è portatore?" (20).
Sembra chiudere ogni discussione al riguardo tuttavia la recente giurisprudenza (sezione regionale di controllo della Corte dei conti per la regione Piemonte, parere numero 7 del 28 giugno 2007) secondo cui gli enti locali non possono rinunciare alle somme maturate o maturande, relative a titolo di interessi su tributi di loro pertinenza, neppure nel caso in cui siano dovute da pubbliche amministrazioni: e ciò in quanto il principio dell?'indisponibilità dell?'obbligazione tributaria spiega i suoi effetti su tutti i soggetti passivi, tanto privati quanto pubblici dal momento che ?la sua fonte è infatti la legge e non la volontà contrattuale?. Il giudice contabile, dopo aver premesso che nel nostro ordinamento vige il principio dell?'indisponibilità dell?'obbligazione tributaria, che si fonda sull?'articolo 23 della Costituzione, sottolinea come le obbligazioni tributarie sono al pari di disposizioni imperative, vincolanti sia per i soggetti passivi del tributo che per l?'ente impositore:il che comporta che quest?'ultimo deve necessariamente esercitare ?i poteri conferitigli, senza alcuna discrezionalità?. Tale principio, pertanto, può essere derogato, solo in forza di disposizioni di legge eccezionali che, nel rispetto del principio di legalità e operando un bilanciamento fra esigenze contrastanti, ?sacrificano gli interessi tutelati costituzionalmente, in favore di altri interessi, costituzionalmente garantiti, di rango pari o superiore?.
Ne consegue, come mette in rilievo il giudice, che la natura pubblica del soggetto passivo del tributo non esenta dall?'applicazione di tali principi, atteso l?'interesse costituzionalmente tutelato ?di assicurare un?'azione pubblica imparziale in qualsiasi ambito, dunque anche nei confronti degli altri enti pubblici e delle collettività da essi rappresentate? (21).

3. La causa della remissione

La questione merita una riflessione, correlata all?'analisi dell?'aspetto funzionale, proprio della remissione, nonché degli scopi pratici cui essa assolve in concreto.
Come già si è detto in precedenza, va, preliminarmente, escluso,ad esempio, ?"che la remissione debba sempre essere riportata nell?'ambito del negozio liberale (non sempre infatti il creditore è mosso dall?'animus donandi)?" (22). Quindi, ?"anche quando la remissione costituisce un atto di liberalità, essa non è comunque qualificabile come donazione, consistendo quest?'ultima nell?'attribuzione di un diritto o nell?'assunzione di un debito (art. 769 c.c.). La remissione liberale si presta piuttosto ad essere qualificata come donazione indiretta?" (23). Conseguentemente, ?"la funzione dell?'atto (...), la sua causa è solo di consentire al titolare del diritto di credito una (...) disposizione del proprio diritto?" (14). Del resto, ?"si rinuncia, con la remissione, al proprio diritto di credito allo stesso modo in cui può rinunciare al proprio diritto il titolare di qualsiasi altro diritto soggettivo disponibile (...); le ragioni che possono spingere il creditore a tanto sono legislativamente considerate irrilevanti?" (25), anche se ?"di fatto la remissione del debito può però rispondere a finalità molteplici?" quali il soddisfare un ?"interesse patrimoniale del creditore?", ?"un?'esigenza economica di risparmio?", ?"motivazioni ideali?" (26).
Le finalità che in concreto motivano il creditore alla remissione, di regola irrilevanti, assumono peraltro notevole importanza per l?'azione dell?'ente pubblico, che deve essere sempre ispirata ai principi costituzionali di legalità, imparzialità, e buona amministrazione. È noto, infatti, che ?"differenza fondamentale tra il diritto amministrativo e il diritto privato, è che negli atti amministrativi negoziali sono sempre rilevanti non solo la causa, ma anche i motivi. L?'atto è valido quando è compiuto non solo in conformità del suo scopo tipico, ma anche in vista dei suoi fini concreti, il cui perseguimento la legge affida al soggetto di pubblica amministrazione?" (27).
Occorre cioè indagare, di volta in volta, se sussista o meno un motivo di pubblico interesse: e ciò vale per tutte le concrete funzioni pratiche cui la remissione assolve.
Tale è il caso delle donazioni; per lungo tempo si è ritenuto che gli enti pubblici non avessero legittimazione a donazioni, ed a atti di liberalità in genere, a meno che apposite norme non l?'attribuissero. Così per quella che si diceva attività di beneficienza pubblica e che oggi si rubrica come attività di assistenza generica in denaro o in natura; così anche per le norme che contemplano la corresponsione di sussidi (a persone colpite da disastri, ad indigenti), contributi (ad es. per miglioramenti agrari), sovvenzioni (per es. ad enti culturali), e simili.
Or mentre nelle fattispecie appositamente contemplate da norme si è fuori dalla figura della donazione, e si hanno provvedimenti amministrativi concessori, per le donazioni va solo ricordato che l?'elemento loro caratteristico è negativo, ossia l?'assenza di un obbligo all?'attribuzione patrimoniale, non invece l?'elemento positivo dell?'animo di recare un beneficio. La questione è perciò di presenza di un motivo di pubblico interesse ad un?'attribuzione patrimoniale: se vi è, la donazione è possibile (28).
Le medesime considerazioni, a ben vedere, possono esser riproposte a riguardo delle altre ipotesi remissorie, in cui l?'elemento causale si intride di speciali elementi soggettivi connessi alle particolari funzioni pratiche svolte dal negozio abdicativo: così, ad esempio, il motivo del soddisfacimento di ?"un?'esigenza economica di risparmiare?" rappresenta, ad un tempo, il fine concreto e il limite di validità di un atto di remissione di un debito, qualora sia accompagnata da un reale, specifico, interesse pubblico, da valutare ?"comparativamente con altri interessi pubblici e privati presenti in ciascuna fattispecie reale?" (29).
Il parere contabile in commento si ispira evidentemente alla considerazione secondo cui, al riguardo, ?"assumono (...) preminente rilievo le norme sulla finalità istituzionale dell?'ente e sulla contabilità?": infatti, anche ?"qualora il credito rientri nell?'oggetto della funzione istituzionale dell?'ente, non sembra giuridicamente possibile rimetterlo in mancanza di una specifica norma autorizzativa che definisca i presupposti tassativi, nel concorso dei quali è dato all?'ente il potere di rimettere?" (30). In altri termini, la p.a. non potrebbe nell?'ambito delle sue potestà discrezionali valutare positivamente ai fini della dichiarazione remissoria il requisito del pubblico interesse, in quanto è solo la norma di legge che autorizza l?'ente pubblico a compiere, in maniera vincolata, gli atti di remissione del debito.

4. La remissione dei crediti tributari e la disposizione dell?art. 1 comma 168 della L.F.2007. Il ruolo del regolamento sui tributi

Così, se sotto il profilo soggettivo, circa i motivi della remissione, il limite di validità è costituito dalla concreta funzione pratica svolta dallo schema remissorio, in quanto compatibile con la ?"presenza di un motivo di pubblico interesse ad un?'attribuzione patrimoniale?" (31) e, secondo alcuni, anche la sussistenza di specifici presupposti stabiliti da una norma di legge autorizzativa, sotto il profilo oggettivo si deve ritenere che taluni crediti sono, per natura, irrinunciabili: così, di regola, i crediti tributari (32). Com?'è noto, infatti, l?'irrinunciabilità della potestà impositiva ?"è prevista in modo assoluto, dall?'art. 40, d.l. 28 maggio 1924, n. 827 per il quale nei contratti con lo Stato ?" non si può convenire esenzioni da qualsiasi specie di imposte o tasse vigenti all?'epoca della loro stipulazione?" (...): l?'amministrazione pubblica dunque non può rinunciare, di regola, all?'esercizio dell?'imposizione?" (33). La conclusione fatta a proposito dei crediti tributari si riallaccia a quella, più sopra riportata, circa i motivi di pubblico interesse che devono sorreggere la dichiarazione remissoria e gli specifici presupposti che devono accompagnare l?'esercizio della relativa potestà. Infatti, ?"l?'amministrazione non potrebbe disporre, con proprio regolamento o con circolare, agevolazioni od esenzioni non previste e quindi contrarie alla legge, anche se ciò faccia nel lodevole intento di facilitare date categorie di contribuenti in determinate situazioni?" (34), e, quindi, si deve aggiungere, anche nei casi ove non è certamente mossa da spirito di liberalità; la valutazione dell?'interesse pubblico effettuata a priori, dalla norma, vincola quindi l?'ente pubblico nella possibile comparazione degli interessi compresenti nella fattispecie, dando sempre e comunque prevalenza all?'interesse (pubblico) all?'attuazione del credito.
Una remissione, espressa per un atto amministrativo, del debito tributario non appare ammissibile quindi se non ?"sulla base di specifiche normative adottate caso per caso?" (35):tale principio, pertanto, può essere derogato ‑ come sottolinea il giudice contabile nel parere in rassegna ‑ solo in forza di disposizioni di legge eccezionali che, nel rispetto del principio di legalità e operando un bilanciamento fra esigenze contrastanti, ?sacrificano gli interessi tutelati costituzionalmente, in favore di altri interessi, costituzionalmente garantiti, di rango pari o superiore?".
Un?ipotesi di questo tipo è rappresentata ora dall?art. 1, comma 168, della legge finanziaria 2007 (legge 296/2006) in base al quale gli enti locali stabiliscono gli importi minimi per i quali non sussiste l?'obbligo del versamento e gli importi non rimborsabili. Al riguardo non èopportuno sottacere la circostanza secondo cui gli importi ivi previsti debbono essere uguali in quanto una diversa regolamentazione contrasterebbe con i principi della buona fede e dell?'affidamento nei rapporti tra contribuenti ed amministrazione locale, sanciti dai commi 1 e 2 dell?art.10 della legge 27 luglio 2000, n. 212, concernente lo Statuto dei diritti del contribuente; principi che debbono essere annoverati tra quelli ?"immanenti?" nell?'ordinamento tributario già prima dell?'entrata in vigore dello Statuto e che, peraltro, sono ?"immediatamente deducibili, rispettivamente, dai principi di ?"buon andamento?" e di ?" imparzialità?" dell?'amministrazione, di ?"capacità contributiva?" e di eguaglianza (sub specie del rispetto del canone della ragionevolezza), garantiti dagli art. 97, comma 1, 53, comma 1, e 3, comma 1, Cost. (36).
Essa adempie quindi a quella cennata funzione pratica di risparmio per l?ente, in quanto l?azionamento della pretesa nei confronti del contribuente diventerebbe antieconomico: una ipotesi quindi di remissione finalizzata a una causa diversa dalla liberalità.

5. Altre fattispecie remissorie da parte dell?amministrazione pubblica. Il ruolo del regolamento ex art. 12 legge 241/1990

È lecito chiedersi tuttavia ? anche se il caso non è affrontato dal parere in rassegna ? se al di fuori di tale ambito oggettivo, e cioè delle obbligazioni tributarie in genere (ma pur sempre nel quadro di potestà pubbliche), possa ammettersi l?'esistenza di dichiarazioni remissorie non rigidamente vincolate a specifici presupposti di legge.
Il quesito è quanto mai attuale, in relazione al disposto dell?'art. 12 della l. 241/1990: com?'è noto, la norma da ultimo citata, subordina l?'attribuzione di vantaggi economici a specifici presupposti e modalità che le singole pubbliche amministrazioni devono stabilire con proprio regolamento.
Si tratta di vedere quindi se le dichiarazioni remissorie sono da considerarsi ricomprese nell?'ambito oggettivo della norma dell?'art. 12 della l. 241/1990, ma, a ben vedere, e con particolare riguardo al suo sostrato economico, pare di poter rispondere affermativamente al quesito. In questi casi, è agevole osservare che, a differenza di quanto avviene per le obbligazioni tributarie, sarebbe la stessa norma regolamentare, e non una norma di carattere primario, ad (auto) limitare la potestà discrezionale dell?'ente nell?'attribuire vantaggi economici a terzi. Deve comunque trattarsi di un atto amministrativo che anziché dar luogo ed essere fonte di rapporti obbligatori (come quello conseguente alla concessione di un contributo) ne estingue uno già esistente (quale che sia la sua fonte) procurando un vantaggio economico al destinatario dell?'atto stesso.
La Corte dei conti tuttavia sembra pensarla in modo restrittivo anche per questo tipo di obbligazioni: ad avviso della sentenza n. 106/2007 della sezione Lombardia, se infatti il diritto di credito appartiene a un soggetto titolare di pubbliche funzioni, esso non può costituire oggetto di accordi di tipo transattivo, né è rinunciabile al pari di ogni altro diritto, sia pure di natura patrimoniale. In particolare i giudici lombardi sanciscono che ?"la rinuncia al diritto è una facoltà tipica del creditore privato, ossia del soggetto che può liberamente disporre dei propri interessi, mentre all?'ente pubblico, per definizione, è interdetto il compimento di atti autolesivi com ?'è, appunto, la rinuncia?":e ciò in quanto il principio di indisponibilità degli interessi pubblici trova la sua ragion d?essere nel potere-dovere, attribuito dalla norma di azione, di provvedere alla cura di interessi estranei alla propria sfera giuridica e, quindi, sottratti al potere dispositivo. Detto principio non ha ragion d?'essere nelle relazioni di diritto pubblico ‑ dove la potestà è conferita per la soddisfazione di bisogni intestati a una pluralità di soggetti, tendenzialmente coincidente con la comunità degli amministrati ‑ essendo diretta emanazione dalla legge di autodeterminazione dei singoli nell?'ambito dei rapporti privati.
La conclusione non sembra del tutto condivisibile (37), in quanto ben potrebbe darsi il caso di remissioni operate per perseguire, insieme, un fine pubblico istituzionale e una delle finalità pratiche (di risparmio, ecc.) cui la figura in esame, come abbiamo visto, assolve. In questi casi, non vi è motivo di discriminare tra capacità dell?'ente pubblico e capacità del privato (38), anche se (giova ancora sottolinearlo) debbono essere adeguatamente valutati gli interessi compresenti e, una volta effettuata l?'opportuna comparazione, essere data prevalenza a quello, pubblico, di rimettere il credito (ovviamente, la motivazione dell?'atto dovrà tenere conto della concreta funzione pratica cui l?'atto, nella circostanza, è destinato e della sua corrispondenza nell?'interesse pubblico, specificatamente individuato).
Così, per scendere dalla elaborazione teorica alla fattispecie concreta, l?'apposito regolamento non potrebbe contemplare dichiarazioni rinunciatarie di credito di carattere tributario per le considerazioni sopra esposte,salva l?ipotesi che abbiamo visto prevista dall?art. 1, comma 168, della finanziaria 2007; ben potrebbe ammettere, invece, casi limitati e circoscritti di remissione di crediti di natura extratributaria (ad es., nel campo dei servizi a domanda individuale), purché circondati da adeguate garanzie sia sul piano formale che sostanziale, avendo precipuo riguardo da un lato ai contenuti del regolamento, dall?'altro alla comparazione dell?'interesse alla remissione con l?'interesse all?'attuazione del credito.
Appare quindi evidente come, anche in questo caso, le fattispecie (non solo remissorie) sono già astrattamente predeterminate in via normativa, in modo tale da evitare possibili abusi in contrasto con la funzione istituzionale dell?'ente e con l?'interesse pubblico di cui esso è portatore; ed è altresì chiara la consapevolezza della risposta legislativa in ordine alla problematica fin qui posta.
Una volta chiariti i particolari meccanismi del fenomeno remissorio confronto dell?'azione della p.a., con particolare riguardo all?'aspetto della causa (la funzione oggettivamente abdicativa dell?'atto si colora ulteriormente di motivi e funzioni pratiche tipicamente soggettive, in peculiare rapporto con l?'interesse pubblico) e dell?'oggetto di essa (non tutti i crediti sono rinunciabili; la normativa autorizzatoria ne limita i contorni e possibilità non consentita con l?'ampiezza garantita ai privati; la limitazione incide pertanto sulla capacità dell?'ente), appare altresì chiaro come le perplessità circa l?'ammissibilità di dichiarazioni remissorie da parte degli enti pubblici non abbiano ragione di essere, in virtù delle finalità di pubblico interesse di cui l?'atto può essere permeato, avuto riguardo alla normativa autorizzativa in materia e ai fini istituzionali perseguiti dall?'ente pubblico (39).
In definitiva la remissione da parte di enti pubblici assume connotati specifici, che di volta in volta, si traducono in limitazioni di capacità dell?'ente (come nel caso di crediti tributari), o di forma dell?'atto, collegandosi comunque a concrete funzioni pratiche, volte necessariamente a perseguire il pubblico interesse.

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(1) Barbero, Sistema del diritto privato, Torino,1989,732
(2) Remissione del debito (diritto vigente), voce dell?Enciclopedia del Diritto vol. XXXIX Milano p. 770
(3) BIANCA, Diritto civile, vol. 4, L?obbligazione, Milano, 1990, p. 468
(4) BIANCA, Diritto civile, vol. 4, L?obbligazione,Milano, 1990, p. 468 e autori ivi citati. PERLINGIERI, Dei modi di estinzione delle obbligazioni, p. 171.
(5) BIANCA, op. cit, p. 468
(6) Cfr. specialmente Remissione del debito (diritto vigente), p. 770. Del resto, proseguendo nel medesimo ragionamento logico, ?"la giurisprudenza ammette ormai quasi illimitatamente negozi di cessione del contributo, di anticipazione del credito, di riparto del contributo?" (GIANNINI, Istituzioni di diritto amministrativo, Milano, 1981, p. 523), cioè di vicende tipiche, regolate dal diritto comune, della fattispecie credito-debito.
(7) Remissione del debito (diritto vigente), p. 770
(8) Cfr. tra le tante, Cassazione 18 ottobre 1976, n. 3559
(9) Galgano, Diritto civile e commerciale, Padova, vol. II, tomo I, p.92
(10) Remissione del debito (diritto vigente),voce dell?Enciclopedia del Diritto vol XXXIX Milano p.771
(11) Remissione del debito (diritto vigente), p. 770
(12) BIANCA, op. cit., p. 462
(13) Galgano, Diritto civile e commerciale, Padova, vol. II,tomo I, p.91-92
(14) Cfr. Cassazione, sezioni unite, 23 novembre 1985, n. 5809
(15) Cfr. BIANCA, op. cit., p. 462, nota 2; App. Roma, 22 luglio 1985.
(16) GIANNINI, Istituzioni di diritto amministrativo, Milano, 1981, p. 501.
(17) GIANNINI, op. cit., p. 500.
(18) GIANNINI, op. cit., p. 500.
(19) GIANNINI, op. cit, p. 501
(20) BIANCA, op. cit., p. 471, nota 46.
(21) Nel caso portato all?'esame del giudice contabile piemontese,occorre rimarcare come il regolamento delle entrate tributarie del comune di Torino prevedesse una specifica esenzione, in favore di uffici pubblici periferici, di somme maturate a titolo di interessi relativi alla Tarsu in quanto ?essi, sempre più spesso, si trovano nell?'impossibilità di assolvere la Tarsu in misura intera e alle scadenze previste, a causa dell?'insufficienza di fondi che lo stato trasferisce agli uffici periferici?.
La Corte dei conti non ha ritenuto adottabile tale possibilità in quanto l?'obbligazione del pagamento Tarsu ha natura tributaria e ha natura inderogabile quanto al suo accertamento e riscossione.
(22) CIAN TRABUCCHI, Commentario breve al codice civile, Padova, 1981, p. 507
(23) Bianca, op. cit., p. 469
(24) GALGANO, op. cit, p. 91.
(25) GALGANO, op. cit, p. 91.
(26) Remissione del debito (diritto vigente), cit., p. 789
(27) LANDI-POTENZA, Manuale di diritto amministrativo, Milano, 1978, p. 199
(28) GIANNINI, Istituzioni di diritto amministrativo, Milano, 1981, p. 495
(29) GALATERIA-STIPO, Manuale di diritto amministrativo, Torino, 1989, p. 269, ove si precisa che ?"dall?'interesse pubblico costante che caratterizza ciascun tipo di provvedimento vanno distinti i motivi, cioè i diversi specifici interessi pubblici?".
(30) Remissione del debito (diritto vigente), op. cit. p. 789
(31) GIANNINI, op. cit, p. 495.
(32) Cfr. BIANCA, op. cit, p. 471, nota 46 ed autori ivi citati
(33) MICHELI, Corso di diritto tributario, Torino, 1985, pp. 109-110
(34) MICHELI, Corso di diritto tributario, Torino, 1985, p. 110
(35) Remissione del debito (diritto vigente), cit., p. 789.
(36) Corte di Cassazione Civile, sezione tributaria, sentenza 10 dicembre 2002, n. 17576
(37) Remissione del debito (diritto vigente), cit., p. 789.
(38) Cfr. al riguardo le conclusioni cui è pervenuta la Cassazione, sezioni unite, 23 novembre 1985, n. 5809, in Giust. civ., 1986, I, 370 e segg., ove si ribadisce che ?"non c?'è differenza sostanziale tra la capacità di agire degli enti pubblici e quella dei soggetti privati?" nell?'ambito qui considerato.
(39) È utile peraltro sottolineare, con riguardo ad un atto di donazione, come di recente è stato posto in luce, che l?'interesse pubblico, richiesto allo scopo, ?" non deve necessariamente essere iinteso ed individuato in relazione ai fini istituzionali perseguiti dall?'ente donante, ma può essere latamente riferito all?'interesse pubblico perseguito dalla pubblica amministrazione nel suo complesso?". Pertanto, ?"sarà certamente legittimo l?'atto di liberalità con il quale un comune dona all?'azienda di Stato per le foreste demaniali, dipendente dal Ministero dell?'agricoltura, un terreno per la costruzione di una caserma della guardia forestale?", in quanto ?"derivi alla collettività un beneficio che, ancorché non rientrante tra le finalità direttamente perseguite dall?'ente donante, merita, comunque, di essere avvalorato?" (P. SCALABRIN, La capacità di donare dell?'ente pubblico, Nuova Rassegna, Firenze, 1991, p. 1555).
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SPAZIO ECONOMIA
a cura di Francesco Montemurro

Partecipate: nei comuni il riordino imposto dalla Finanziaria 2007

Per le società partecipate pubbliche e miste è cominciata la fase della riduzione dei ?costi della politica? prevista dalla Finanziaria 2007.
La manovra dello scorso dicembre, infatti, ha introdotto vincoli severi all?azione delle ?controllate?, per quanto riguarda il numero dei componenti dei consigli di amministrazione e il tetto ai compensi spettanti agli amministratori.
I grandi Comuni hanno già introdotto misure di ?dimagrimento? e di semplificazione amministrativa a carico delle partecipate, allo scopo di rendere più trasparente il rapporto tra ente locale di riferimento e società.
Ad esempio, il Comune di Roma sta rimodulando i compensi degli amministratori delle società partecipate, sulla base ? si legge nella documentazione ufficiale ? del criterio del rigore e del merito. In base ad una prima stima, con le nuove regole dettate dalla delibera capitolina, il costo per le aziende comunali si dovrebbe ridurre complessivamente di circa 500.000 euro l?'anno.
Il provvedimento fissa nuovi parametri di calcolo per determinare le retribuzioni dei vertici delle aziende del Gruppo Comune di Roma, recependo le disposizioni introdotte dalla manovra finanziaria per il 2007 finalizzata al contenimento della spesa pubblica.
La retribuzione complessiva degli amministratori esecutivi delle aziende del gruppo verrà suddivisa in una parte fissa e in una parte variabile. Quest?'ultima non potrà superare, per ciascuna delle tre fasce aziendali, il 50%, il 60% o il 70% della parte fissa e il compenso spettante sarà legato al raggiungimento degli obiettivi aziendali e al miglioramento della qualità del servizio.
L?'attività dell?amministratore sarà valutata sulla base di tre parametri: il margine operativo lordo dell?'impresa, gli indicatori di gestione, contenuti nella Relazione previsionale aziendale e approvati dal Comune, e gli indicatori di qualità del servizio, che potranno essere acquisiti anche attraverso analisi sul gradimento dei servizi da parte dell?utenza. L?'indennità di risultato sarà percepita in misura proporzionale al raggiungimento parziale o totale degli obiettivi, a seguito di una verifica effettuata a consuntivo dai dopo una verifica fatta alla fine di ogni singolo esercizio e affidata ai collegi sindacali delle aziende.
Con la delibera comunale, il Comune provvede anche alla rideterminazione dei compensi spettanti agli altri membri dei consigli di amministrazione che non rivestono cariche esecutive: per loro è previsto un compenso massimo di 30.000 euro, con una riduzione di circa il 20% rispetto al parametro fissato in precedenza.
La legge finanziaria 2007 ha introdotto una serie di misure di particolare rilievo per le amministrazioni locali e le partecipate, con l?obiettivo di operare una ?stretta? sui costi della politica locale e di realizzare una maggiore trasparenza su dati e informazioni di sicuro interesse di pubblico.
Sul fronte del contenimento dei costi le disposizioni in argomento prevedono:

la fissazione di un tetto massimo alla misura dei compensi che possono essere corrisposti ai presidenti e ai componenti dei consigli di amministrazione delle società partecipate dagli enti locali;
vincoli al numero dei componenti degli organi amministrativi;
una disciplina maggiormente restrittiva per il conferimento di incarichi ad amministratori locali di comuni e province;
una disciplina più stringente nei confronti degli amministratori di enti locali componenti degli organi di amministrazione delle società.
Per quanto riguarda il tema della trasparenza, le nuove norme introducono obblighi di comunicazione e pubblicazione di dati e informazioni relativi ai consorzi e alle società partecipate, agli incarichi conferiti e ai compensi stabiliti.

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IL CASO
a cura dell?'Avv. Maria Giuliana Murianni

La tardiva ricostruzione della carriera costituisce danno esistenziale?

La sentenza

T.A.R. Piemonte, Torino, 15 giugno 2007, n. 2623

Il caso

La tardiva ricostruzione della carriera costituisce danno esistenziale?

La decisione

Il T.A.R. ha risposto affermativamente.
Un dirigente si vede riconoscere dopo nove anni la pubblicazione del bando di concorso e una serie di giudizi, la posizione giuridica di di Direttore di un Ente e la conseguente nomina che,però, in considerazione del lungo tempo trascorso, ha avuto un brevissimo effetto, in quanto il deducente è stato collocato a riposo dopo pochi mesi per raggiunti limiti di età.
La vicenda, secondo il ricorrente, avrebbe arrecato dei danni gravissimi, non solo dal punto di vista stipendiale, quali la lesione della professionalità, con riferimento a possibili sviluppi della stessa, danno d?immagine, danno esistenziale alla vita di relazione, danno patrimoniale per mancato sviluppo di carriera ed esborsi per difese in giudizio.
Il T.A.R. Piemonte ha rilevato che l?'Amministrazione, nella specie, aveva ricostruito in ritardo la carriera del ricorrente, con un provvedimento assunto dopo il suo collocamento a riposo e dopo un corposo iter legale, ledendo, pertanto, il diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità e professionalità del lavoratore
Il danno esistenziale consiste, pertanto, nei riflessi esistenziali negativi (perdita di compiacimento o di benessere per il danneggiato) che ogni violazione di un diritto della personalità produce.
A differenza del danno biologico, tale voce di danno sussiste indipendentemente da una patologia (lesione fisica o psichica) suscettibile di accertamento e valutazione medico-legale; diversamente dal danno patrimoniale, prescinde da una diminuzione della capacità reddituale; rispetto al danno morale, inteso come turbamento dello stato d?'animo della vittima, non consiste in una sofferenza od in un dolore, ma in un peggioramento della qualità di vita derivante dalla lesione del valore costituzionale ?"uomo?".
Il Collegio ha reputato in concreto sussistenti i presupposti per il risarcimento del danno esistenziale cagionato al ricorrente.
Nella fattispecie che ci occupa è evidente la violazione di una posizione tutelata dall?'ordinamento (che l?'illecita condotta dell?'amministrazione ha leso, ostacolando le attività realizzatrici della persona umana libera dall?'impegno e dal logorio dell?'attività lavorativa).
In effetti, nel caso di specie, si è verificata una lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore, determinando un pregiudizio che incide sulla vita professionale e di relazione dell?'interessato, trattandosi di pregiudizio del valore superiore della professionalità, direttamente collegato a un diritto fondamentale del lavoratore e costituente sostanzialmente un bene a carattere immateriale (cfr., per il principio, Cass., sez. lav., 2 gennaio 2002, n. 10).
Nel caso in esame, il fatto della protrazione di un?'attività lavorativa inferiore, per dignità e qualità professionale, a quella alla fine attribuita dopo un?estenuante iter legale, consente di risalire al fatto ulteriore del peggioramento della qualità dell?'esistenza.
L?' Amministrazione, invero, ha ricostruito la carriera del ricorrente, ma in ritardo, con un provvedimento assunto il 15 marzo 2005, e cioè dopo il suo collocamento a riposo.
Il deducente, al contrario, fin dal 1997 ha saputo di essere collocato al primo posto della graduatoria del concorso per il posto di Direttore dell?Istituto Sperimentale per l?'Enologia di Asti, ma ha potuto assumere il servizio presso quell?'Istituto soltanto nel giugno de1 2004.
In questa situazione, è evidente non solo l?'illegittimità dell?'operato dell?Amministrazione, ma anche la grave colpa nella quale la medesima è incorsa reiterando provvedimenti illegittimi.
E?' evidente che il ricorrente, Direttore della sezione operativa periferica di Torino dell?'Istituto Sperimentale per la Nutrizione delle Piante, nel diventare direttore dell?'Istituto Sperimentale dell?'Enologia di Asti avrebbe compiuto una consistente progressione di carriera, passando dalla direzione di una sezione periferica alla direzione dell?'intero Istituto.
Ciò avrebbe comportato l?'acquisizione di una ben diversa posizione di ruolo (a sensi dell?'art. 51 del d.p.r. prima citato il ruolo dei direttori e il ruolo dei direttori di sezione è distinto) e l?'acquisizione di un trattamento economico articolato in termini molto più convenienti (lo stipendio del Direttore, disciplinato all?'art. 57, è ben superiore allo stipendio del Direttore di sezione, disciplinato nell?'art. 60).
La diversa posizione fra le due figure è rilevante dal punto di vista organizzativo ma anche dal punto di vista della ricerca, in quanto gli Istituti in questione avevano una espressa funzione di ricerca (tanto che ai medesimi potevano essere preposti dei professori ordinari dell?'Università).
E?' evidente, perciò, che il ricorrente era particolarmente interessato a diventare Direttore dell?'Istituto Sperimentale dell?'Enologia di Asti, che ha come bacino di riferimento il settore dell?'Enologia, in Italia, notoriamente ben superiore ad esempio all?'Istituto Sperimentale per la Nutrizione delle Piante, che si occupa, in sostanza, della ricerca in ordine ai fertilizzanti.
E?' evidente, perciò, la lesione alla sua professionalità che configura danno esistenziale, nel senso sopra precisato.
Non è, invece, prospettabile un autonomo danno all?'immagine, diverso da quello sopra evidenziato quale danno esistenziale, in quanto nel caso di specie, il danno esistenziale lamentato è riferito ex se a valori essenziali della persona, quali l?'onore, la reputazione e la propria immagine, derivanti da un pregiudizio del bene professionalità costituzionalmente tutelato.
Lo stesso può dirsi con riferimento al danno prospettato sub c) (danno cd. professionale specifico).
I magistrati amministrativi hanno quindi evidenziato che il danno esistenziale, a differenza del danno biologico, sussiste indipendentemente da una patologia (rectius lesione fisica o psichica) suscettibile di accertamento e valutazione medico-legale e diversamente dal danno patrimoniale, prescinde da una diminuzione della capacità reddituale.
Invece, rispetto al danno morale, va inteso come turbamento dello stato d?'animo della vittima, e non consiste in una sofferenza od in un dolore, ma in un peggioramento della qualità di vita derivante dalla lesione del valore costituzionale ?"uomo?".


Fonte: http://www.lagazzettadeglientilocali.it/

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