L’intenzione di eliminare il valore legale della laurea manifestato con insistenza dal Governo appare un passo decisivo per minare alla base il principio di autonomia del dipendente pubblico dalla politica. Si tratterebbe di una vera e propria disapplicazione, sotto mentite spoglie, dell’articolo 98 della Costituzione, ai sensi del quale “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”. Chi si dice favorevole ritiene che gli aspetti positivi dell’idea sarebbero i seguenti:
a) ammettere, ad esempio, ai concorsi per la dirigenza pubblica anche lauree in storia, o arte o lettere, eccetera, accanto alle tradizionali di giurisprudenza, scienze politiche o economia consentirebbe di immettere saperi utili e diversificati che arricchirebbero il sistema pubblico;
b) il valore legale del titolo di studio attualmente fa sì che ogni laurea conferita da ciascuna delle università italiane abbia lo stesso “peso” per il “mercato” del lavoro pubblico. Pertanto, un datore di lavoro pubblico non può selezionare i suoi dipendenti in base al ranking dell’università di provenienza, come invece possono fare i privati, che in questo modo possono selezionare in modo efficiente i migliori, mentre nell’ambito pubblico c’è il rischio di assumere laureati non sempre qualificati.
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